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Filippo Tarantino
Gravina,16 dic.2011

La crisi morale contemporanea

Ecco l’ideale, si dirà,
ecco i filosofi, gli idealisti, i sognatori;
se l’ideale fosse un sogno
non sarebbe pure da disprezzarsi veramente
(G.Tarantino,manoscritti,1905)

Premessa
Ci siamo posti un interrogativo e una ipotesi: chi l’ha detto che possono parlare soltanto gli economisti? E se venissero dai filosofi le indicazioni giuste per i giorni della crisi?
L’intellettuale non può ridursi ad interpretare le parole di gergo dei poteri, ma deve contribuire a dare alle persone,singole o associate,la certezza e l’orgoglio della propria dignità.
Farò riferimento ai materiali editi e inediti di Giuseppe Tarantino , ma ho avuto la possibilità di consultare anche carte (appunti, copie litografiche) di Francesco Fiorentino, Filippo Masci, Francesco Lamanna: manoscrtitti originali o, come nei carteggi con Gentile,fotocopiati da me personalmente. Farò un cenno agli Appunti di Filosofia ad uso dei giovani del liceo, pubblicati a stampa, e ad appunti manoscritti raccolti da giovani liceali nel secondo Ottocento. Interessante potrà risultare anche l’analisi degli indici degli argomenti trattati nei corsi di filosofia morale o teoretica nelle Università di Napoli e di Pisa nel periodo tra il 1880 e il 1932.
Mi soffermerò quindi, più ampiamente su alcuni contenuti delle lezioni di Giuseppe Tarantino all’Università di Pisa nel primo Novecento.

1. Gli appunti
Gli Appunti di Filosofia ad uso dei giovani del liceo sono un volumetto di 63 pagine che ha la forma schematica di appunti, come lo stesso Tarantino dice nella Premessa. Fu scritto nel 1885, quando il filosofo insegnava nel liceo Marciano di Napoli. Il Tarantino aveva ventotto anni e da un anno aveva ottenuto la libera docenza nell’Università di Napoli. Il volumetto non aveva alcuna pretesa di originalità. Il professore con questi appunti forniva agli scolari uno schema delle sue lezioni, per evitare che circolassero tra loro appunti presi male e del tutto inintelligibili. Molti degli argomenti trattati – sensazione, percezione, concetto, teoria delle idee, logica, ecc.- sono anche oggetto delle lezioni che nello stesso periodo il filosofo teneva all’università; li ritroviamo anche in Saggi Filosofici, pubblicati nello stesso anno e che gli valsero numerosi apprezzamenti e riconoscimenti nel mondo accademico: con i Saggi egli dialogava con la comunità scientifica, mentre con gli Appunti si rivolgeva agli studenti di liceo, operando scelte didattiche rispettose delle caratteristiche proprie del manuale, che in quanto testo, struttura, deve presentare gli argomenti in modo essenziale, rispettoso della struttura genetica della disciplina, nonché delle strutture cognitive degli allievi e dei loro livelli di maturazione.

1.1 Metodi di insegnamento e scelte didattiche
Nel Programma per l’insegnamento della filosofia nel R. Liceo A. Genovesi di Napoli, manoscritto datato ottobre 1892, Tarantino si sofferma esplicitamente sul diverso modo di presentare la filosofia all’Università e al Liceo, precisando che al Liceo la filosofia analizza «le energie dello Spirito umano e determina le leggi secondo le quali esse si esplicano punto occupandosi delle leggi di esso Spirito, della sua origine e del suo destino, rimandando l’esame di siffatti problemi o alla Metafisica, se pur si vuole ammetterla, o alla Religione, che è la metafisica del popolo». Nel corso degli studi universitari i giovani, ormai maturi e culturalmente meglio attrezzati, potranno affrontare questioni più delicate oggetto di grandi dibattiti.
Nel programma di insegnamento liceale, comunque, Tarantino colloca l’Etica, grazie alla quale la filosofia si lega intimamente «con gli interessi maggiori della convivenza sociale […] facendo vedere come senza l’amore del bene e il sentimento del dovere nessun organismo sociale sia possibile, ed il consorzio umano si riduca ad una lotta peggiore di quella delle belve».;.non si servirebbe bene l’interesse dell’educazione nazionale «se si riuscisse a ridurre, com’è stato minacciato, l’insegnamento della filosofia nei licei agli elementi della sola Psicologia e della sola Logica….Dando l’ostracismo all’Etica si dichiara di non volere la morale poggiata sulla ragione: che cosa si vuole dunque?»
Era diffusa la pratica di raccolta di appunti da parte degli allievi e della loro autenticazione da parte del professore. Chi, come me, ha avuto la fortuna di consultare queste carte scritte ad inchiostro con bella grafia deve anche confessare l’emozione nel constatare la scrupolosità del docente e il rapporto diretto con gli alunni. Gli appunti sono una consegna, un deposito di fiducia. Non meno emozionante è leggere i programmi scritti a mano dal filosofo stesso: meticolosi, attenti ad enunciare con precisione i temi da trattare con indicazione di data e ora. Alcune carte portano la data del 2 gennaio, o dei primi di agosto: non si può fare a meno di ammirare la serietà dell’impegno didattico di quei docenti universitari.Spesso sono indicati con puntualità e per esteso i percorsi da compiere, sicché è possibile e agevole ricostruire gli argomenti sviluppati.
Una considerazione a parte – e ben diversi tempi di trattazione – meritano i manoscritti completi, pronti per la pubblicazione e che riguardano interi corsi di filosofia sui più svariati argomenti. Quando dagli appunti si passa alla copia litografica e alla dispensa, si capisce che il rapporto è ancora personale, di responsabilità …

2. Un esempio di impegno
Giuseppe Tarantino, che nel periodo napoletano (1879 – 1900) aveva curato soprattutto le dimensioni teoretiche della filosofia, anche quando le aveva declinate negli aspetti pratici etici e politici, a Pisa, dove inizia l’insegnamento di Filosofia morale nel 1900 si impegna sui temi concernenti il rapporto tra morale e democrazia, le lotte operaie, i sindacati, l’intervento dello Stato, il socialismo, le riforme sociali,sempre radicando queste tematiche nella storia della filosofia.
Egli avverte la necessità di «portare una parola di pace nelle presenti lotte, di richiamare tutti al loro dovere», al compimento dei principi sani della morale.

2.1 Lo sguardo sul presente

Tra il gennaio 1901 e il marzo del 1902 si registrano in Italia 1500 scioperi: il conflitto sociale così diffuso ed esasperato impegna le coscienze più sensibili e responsabili a fare scelte politico – culturali molto nette. Lo Stato deve intervenire? E in quali termini? Il Tarantino ritiene che l’intervento diretto deve limitarsi al settore dei servizi pubblici. Negli altri casi lo Stato deve regolamentare i rapporti tra capitale e lavoro con una serie di disposizioni legislative che, riguardando materia del tutto nuova, saranno suscettibili di progressivi miglioramenti.
Le proposizioni di ordine politico si correlano a quadri di riferimento che, assumendo linee pluralistiche emergenti dal vario dibattito, guardano non ad un uomo-operaio astratto, ma ad un uomo collocato nella famiglia originata dal matrimonio, ad una donna che ha diritto ad una educazione e ad un suo spazio nel mondo del lavoro governato da regole (ampia e compiuta è la riflessione di Tarantino sulla educazione della donna e sul suo ruolo nella società).
Né questa apertura all’attualità comporta il rischio che il Tarantino si confonda con un opinionista, giacché egli si confronta subito con la letteratura sull’argomento, in particolare con Marx e il marxismo (di cui nega il materialismo), con Owen, Fourier, Saint-Simon, con la dottrina sociale della Chiesa, ampiamente spaziando nella storia del pensiero filosofico,giuridico, politico, economico.
La lettura che il Tarantino fa del pensiero di Marx e del movimento socialista passa attraverso Paulsen, Schaeffle, Bernstein, e attinge ad una analisi critica dei Congressi socialisti di Erfurt e di Halle.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze non risulta un rapporto di Tarantino con Labriola (di 14 anni più anziano di Tarantino), benché entrambi avessero incontrato Bertrando Spaventa alla scuola napoletana e avessero in Herbart un comune referente culturale.Le vie di ricerca dei due filosofi sono certamente diverse.Tarantino fa riferimento a Leonard Bernstein, che tendeva a dimostrare tra il 1896 e il 1903 l’infondatezza filosofica, sociologica ed economica dell’idea marxista di rivoluzione. Il socialismo per Bernstein è innanzitutto un ideale etico, l’espressione del desiderio umano di giustizia, della fine dello sfruttamento e dell’oppressione.
Ma è sorprendente notare come entrambi, Tarantino e Labriola, benché in prospettive diverse, prendano atto che il capitalismo è una forma sociale ben più complessa e vitale di quanto non si fosse immaginato e che i tempi per la prospettiva socialista sarebbero stati ben più lunghi e problematici di quanto Marx non avesse previsto.
E non è un’analisi fredda, giacché talvolta il discorso vibra di denunzia e di simpatia, come quando afferma che «il lavoratore della grande industria è un lavoratore senza speranza di migliorare le proprie condizioni» o registra la sproporzione tra l’aumento dei beni materiali e la riduzione di quelli spirituali e morali, o prende atto che «la democrazia sociale cresce con la coscienza di classe proletaria e non può essere repressa da disposizioni di polizia»; o difende, oltre lo Statuto (non si può non pensare al Torniamo allo Statuto! di S. Sonnino che non a caso sarà ripreso da Gentile in uno scritto del 1924), il diritto di associazione e non solo di riunione.
Tarantino denunzia con molta chiarezza l’ingiustizia per cui chi produce la ricchezza ha appena di che sfamarsi e gli speculatori, che non lavorano, ingrassano e poi precisa che gli speculatori sono coloro che gestiscono i titoli in borsa nei quali vengono investiti i proventi delle proprietà rurali ed urbane «Ora, una società in cui la maggior parte delle entrate va ad alimentare i proprietari di titoli di rendita e ad arricchire gli speculatori di borsa, ed una parte relativamente minima appena basta a nutrire miseramente il lavoratore, creatore di quella ricchezza, è una società che non ha in sé molta forza di resistenza».
I beni son fatti per gli uomini che lavorano, non per gli oziosi speculatori. Una società che tollera questo eccita contro di sé il sentimento del diritto naturale. Il partito socialista fa proseliti particolarmente a causa del sentimento del diritto offeso. Tarantino prosegue con una denuncia appassionata delle speculazioni, dei crac del Panama e delle tante banche che falliscono, coinvolgendo migliaia di famiglie. Merita di sopravvivere – si domanda Tarantino – una società che garantisce entrate principesche, titoli e onorificenze a degli abietti truffatori ed avventurieri, mentre costringe ad emigrare migliaia e migliaia di lavoratori, distrugge milioni di piccole proprietà a vantaggio di uomini di dubbio onore e cavalieri d’industria internazionale, e tutto ciò sul fondamento del diritto? Certamente no.
Insieme con la proprietà il lavoratore ha perduto anche l’onore proprio di chi lavora. E però la progressiva coscienza di sé che grazie alla scuola l’operaio va acquisendo, gli consente di alimentare i sentimenti di libertà e di uguaglianza e di liberarsi dei pregiudizi di chiesa e di scuola. Né alcuna restrizione poliziesca potrebbe servire a reprimere l’affermazione del partito operaio. Le nuove idee vengono portate finanche nelle campagne dai giovani che tornano dal servizio militare, dalle donne che prestano servizio in città, dai giornali di propaganda a basso costo.

2.2 Le proposte socialiste: valutazioni, contatti, divergenze

La proprietà privata – in ciò Tarantino concorda con Paulsen – non è un diritto assoluto, ma funzionale alla utilità sociale e può essere eliminato, modificato e corretto mediante interventi dello Stato. L’interesse sociale è prioritario.
Il capitalista-imprenditore che partecipa egli pure al processo produttivo in vari modi ha ben diritto ad essere possessore della proprietà, giacché ne garantisce un uso più produttivo a vantaggio di tutta la comunità.
Lo speculatore e chi vive oziosamente di rendite parassitarie è una persona inutile all’economia sociale. «I titoli di rendita sono un assegno ad una parte del prodotto del lavoro sociale: orbene chi prende da questa massa totale senza nulla darvi, costui solo è uno sfruttatore, è uno che vive del lavoro altrui … un ordinamento della società che permette la vita ad una schiera di gente siffatta non corrisponde alla necessità teleologica della proprietà». Dunque si tratta di abolire non il capitale privato, bensì il possesso ozioso del capitale.
La soluzione è, dunque, morale.
Lo Stato è necessario come forza organizzatrice delle attività dei singoli, come garante dell’ordine interno (poteri di polizia) e della giustizia (potere giudiziario): ma se fosse conforme ai principi di un socialismo radicale diventerebbe più forte e più invadente, giacché dovrebbe intervenire finanche nella regolamentazione delle nascite.
«La questione sociale noi la trasformiamo in questione di riforme sociali, che sono l’attuazione di principi morali». Con l’accentuarsi degli elementi di socialismo nell’organizzazione socioeconomica si accentua l’attività economica dello Stato e del comune con il connesso fenomeno dell’aumento della burocrazia: ciò si spiega – osserva Tarantino con Wagner – con il contestuale accresciuto interesse della comunità per la buona gestione delle grandi imprese, che vanno sottratte all’esclusivo interesse dello speculatore privato.
In particolare lo Stato avoca a sé le competenze in fatto di difesa, di giustizia, di polizia, di istruzione pubblica. Lo stesso dovrà avvenire per le ferrovie.
Passando all’esame del trust, se ne evidenziano vantaggi e svantaggi e si arriva alla domanda se trattandosi comunque di monopolio non sia preferibile quello dello Stato a quello privato: è il caso delle miniere di carbone e delle ferrovie. Ma il problema di fondo rimane morale.
Tutti i servizi d’interesse pubblico debbono essere monopolizzati dallo Stato e dal comune. La produzione industriale che s’é già da sé monopolizzata può passare a monopolio dello Stato. Ma certe forme di produzione non sono organizzabili socialmente. Come si possono organizzare in amministrazione pubblica decine di migliaia di legnaiuoli, di calzolai, di fabbri? Il lavoro fatto da una compagnia d’azionisti dove sono associati migliaia di lavoratori sotto la direzione di sorveglianti ed ispettori, può passare a lavoro sociale. Ma nel resto la cosa è impossibile.
Il campo d’attività economica che è il più lontano dalla socializzazione è quello dell’economia rurale, per quello che riguarda il lavoro campestre.
E diciamo per quello che riguarda il lavoro rurale, per distinguere questo lato della cosa, dal fatto del grande possesso […].
Nel lavoro socializzato vi sono alcuni vantaggi, ma anche svantaggi più numerosi e più gravi che incidono sulla personalità del lavoratore oltre che sugli esiti della produzione.
Va comunque ribadito che devono migliorare le condizioni dei lavoratori: si deve sviluppare l’educazione e l’istruzione, eliminare il lavoro minorile e tutelare il lavoro della donna mettendola nelle condizioni di occuparsi della famiglia e di educare i figli. Non meno importanti sono gli investimenti per abitazioni decorose per gli operai: i vantaggi riguarderanno l’intera economia e la pace sociale.
Lo Stato, rispettando i diritti operai non solo di riunione ma anche di libera associazione, deve evitare di schierarsi per una delle parti in lotta, ma ribadire che la proprietà non ha valore assoluto bensì di mezzo per lo sviluppo della vita personale dell’individuo e per la conservazione della vita storica di un popolo. Il Tarantino evidenzia che tutto ciò richiede senso dello Stato, il che è necessario anche ai fini della formazione degli Stati Uniti d’Europa che, nel secolo XX, dovranno fare i conti (e in ciò ha previsto bene) col mondo extra – europeo.
Le agitazioni sociali, lungi dal suggerire leggi eccezionali, devono impegnare lo Stato a favorire la riforma sociale: i risultati di questa politica non sono effetto esclusivo di scienza e di calcolo, ma esiti di processi alimentati anche dalla speranza e dalla fede.
A proposito delle leggi socioeconomiche che consentono la prospettazione del futuro Tarantino, forse anche con riferimento alla libertà dell’uomo, all’imponderabile a questa connesso e alla eterogenesi dei fini della storia, osserva:
Il filosofo della storia deve essere nei suoi giudizi più misurato dell’uomo politico. L’avvenire non può essere in modo assoluto preveduto da noi: oh! quante volte il corso delle cose sconfessa i profeti. Da un qualche punto trascurato entrano nella storia nuove forze, le quali danno un altro indirizzo alle tendenze presenti.
Dall’altro canto dinanzi a noi si stende un tempo infinito, lungo il quale tante cose possono accadere che a noi sembrano impossibili.
In mezzo a tutte queste incertezze due cose si possono con sicurezza affermare:
1. l’ordinamento sociale non è nulla di rigido ed immobile, ma tutto nel mondo umano è, come nel modo organico, in continuo moto di trasformazione;
2. le nuove forme della vita sociale non nascono così ad un tratto, dall’oggi al domani, mercé una azione politica.
Ciò che quindi in mezzo ad un tale stato di cose, può ragionevolmente fare il filosofo è di accertare la direzione del movimento, e fare delle congetture intorno alla mèta verso cui esso è diretto.

2.3 Preoccuparsi per gli altri. Economisti e filosofi sognatori.

Giuseppe Tarantino non è un economista ma può ben a ragione essere collocato in un gruppo di intellettuali borghesi europei, accomunati da una tensione insostenibile che cominciò a maturare sordamente negli ultimi anni dell’Ottocento per esplodere, soprattutto in Germania, negli anni ‘20 del Novecento: Walter Rathenau (1867 – 1922), Musil, Harry Graff Kessler (1868 – 1937), Maxim Gorki, Max Weber, Miguel de Unamuno, Heinrich Mann, Stefan Zweig. Essi si impegnarono nel primo tentativo di separare l’economia capitalistica dalla prigione materialistica, di evitare la riduzione del capitalismo agli interessi ed ai profitti di una gigantesca macchina produttiva.
Rathenau operò sulla realtà politica e sociale del sistema in una sorta di delirio positivo, di slancio appassionato, di impegno morale e di sogno della ragione. Scriveva in Von Kommenden Dingen, nel ‘17: «La nostra epoca non si stanca di indagare da dove essa provenga e tuttavia non sa dove è né vuole sapere dove va. Per questa ragione i migliori si stancano di quest’opera quotidiana svolta per la quotidianità. Molti pongono i loro dubbi, la loro stanchezza, la loro mancanza di speranza al centro del loro pensiero e rinunciano così al più bello dei privilegi: quello di preoccuparsi». Preoccuparsi è il compito dell’intelligenza borghese. Rathenau, scriverà Croce nel 1944, cercava di salvare la Germania conciliandola con l’Europa. Non era un sognatore: ma il risarcimento democratico del capitalismo da lui prospettato era intollerabile nella Germania dei banchieri reazionari come Karl Hefferlich, che lo fece assassinare nel giugno del ‘22. L’intelligenza borghese aveva perso per sempre di fronte alla stupidità capitalistica.
Sedici anni prima, con una sensibilità linguistica che abbiamo appena sentita in Rathenau, Tarantino scriveva:
l’ideale del socialismo è un ideale essenzialmente morale, perché la moralità è appunto l’ubbidire agli istinti sociali, è preoccuparsi, pensare agli altri, vivere per essi e non per sé. L’egoismo è forza centripeta, l’altro è forza centrifuga, e in questa solidarietà c’è l’unità della famiglia sociale, chi non ha lavora ed aiuta col suo lavoro chi ha. Ecco l’ideale, si dirà, ecco i filosofi, gli idealisti, i sognatori; se l’ideale fosse un sogno non sarebbe pure da disprezzarsi veramente.
Il Tarantino, ribadito che non è né giusto né utile abolire la proprietà privata, cita lo Schmoller e la sua proposta di cointeressare nella produzione gli operai: in agricoltura questo può avvenire con il sistema della mezzadria e nell’industria con la partecipazione agli utili,in aggiunta al salario fisso:
Là dove questo sistema è stato adottato – sostiene Schmoller – l’operaio […] si fa inventivo, poiché per aumentare il beneficio dell’industria egli s’ingegna d’escogitare, senz’essere eccitato da alcuno, qualche cosa che possa migliorare l’industria e quindi aumentare il reddito. Con questo regime s’ottiene dagl’operai una puntualità, una precisione ed una perfezione di lavoro, cose tutte che prima col semplice salario fisso non s’era potuto mai ottenere. E ciò nulla di più naturale, perché chi lavora a salario fisso lavora per altri, laddove chi partecipa ai benefici lavora per sé.
Tali proposte sono valide anche per la produzione agricola,se si applica il sistema della mezzadria:
La pace sociale allora solo si potrà ottenere quando il contadino diventi cointeressato con il proprietario nel prodotto del suolo – ecco il sistema della mezzadria – e l’operaio partecipi in una equa misura ai prodotti dell’industria. In quanto alla creazione della mezzadria nel Mezzogiorno, occorre una trasformazione dell’assetto della proprietà agricola. Si dovrebbero creare grandi associazioni che dovrebbero raccogliere nelle loro mani la proprietà rurale, bonificarla, costruire case coloniche, e piantarvi ivi la popolazione rurale. Il contadino fisso sul suolo lavorerà dippiù […] del suo interesse alla produzione, e si potrà fare che con un piccolo canone a lunga scadenza dopo un dato numero di anni diventi proprietario del fondo.
È evidente nei testi che stiamo esaminando l’impegno di quest’uomo del Sud di partecipare ai problemi della sua gente, trattando alla luce critica di meditate teorie i temi più attuali e cogenti di cui si occupa la cronaca socio-politica.

2.4 Etica e libertà

Tarantino, evidentemente preoccupato per le molteplici tensioni che si registrano in questo inizio del Novecento, si domanda se è possibile che la questione sociale debba essere il lenzuolo funebre della civiltà europea.
«Noi speriamo di no» egli dice. E per una risposta motivata passa in rassegna i valori portanti sottesi alla questione sociale,primo fra tutti la libertà. L’individualismo capitalistico è figlio di un falso concetto della libertà. Dopo le oggettive mortificazioni subite nel Medioevo,la libertà – intesa come emancipazione dell’attività umana – è stata nell’età moderna talora fatta oggetto di idolatria fino al punto che la legge è stata ritenuta un male in quanto limita il bene massimo della libertà. Simili esagerazioni portano al libertinaggio e all’anarchia, con la conseguente negazione dello Stato. Nella storia vi sono esempi di Stato invadente che nessuno spazio lascia all’individuo e più recenti esempi opposti. Il Tarantino, anche alla luce delle recenti elaborazioni in atto nella scuola inglese e in quella tedesca, ritiene che lo Stato debba avere funzioni non solo negative, ma anche positive e gli riconosce il diritto di intervento nelle varie attività individuali. Lo Stato moderno ha reso obbligatoria l’istruzione, ma non per questo ha violato la libertà, giacché non si ha il diritto di rimanere ignoranti e la società deve obbligare l’individuo ad istruirsi.
Il liberalismo radicale della scuola di Manchester,corretto in vari settori, è rimasto intatto nel campo della economia politica, dove vige il principio della massima libertà:il cittadino è libero di produrre ciò che vuole, di vendere dove,come e a chi vuole senza che lo Stato intervenga a regolare produzione e commercio. Le conseguenze di questa libertà assoluta sono disastrose.
Nel mercato senza regole e senza imperativi etici i piccoli capitalisti vengono fagocitati dai grandi, i prezzi crollano, le aziende chiudono e cresce,insieme al divario tra ricchi e poveri, il numero dei proletari e dei disoccupati.
La scuola liberale radicale venuta in nome della libertà, dell’eguaglianza, ha finito col creare la schiavitù e la disuguaglianza economica, ha finito col nuocere ai diritti dell’individuo, che è ritornato un’altra volta alle condizioni del medio evo; è venuta per cancellare le servitù del tempo medievale, e oggi si è tornati da capo: un immenso numero di proletari e nullatenenti e un piccolo numero di grossi possidenti. Ecco la fisiologia e la patologia dell’individualismo: è onesto, è giusto tutto ciò? È utile ?
Da un punto di vista etico-sociale, poi,
[…] l’errore del liberalismo radicale fu d’aver isolato l’individuo dal tutto di cui esso è parte, d’aver attribuito all’individuo quel valore assoluto che è della persona umana. Ognuno di noi è un individuo appartenente alla specie umana, ma nessuno è tutto l’uomo, il quale sta in ognuno di noi ma in nessuno di noi esclusivamente, e s’attua nella totalità degli esseri costituenti il corpo sociale. Quindi l’individuo guardato in sé, isolatamente preso, scisso dalla collettività cui appartiene, perde immensa parte del suo valore di persona umana. Dalla qual cosa segue che a buon dritto il socialismo fa notare che il corpo sociale non è un insieme di molecole meccanicamente unite fra di loro, ma un organismo vivente, nella unità delle cui funzioni s’esplica l’universalità della persona umana. L’idea socialista, dunque, come vedete, è un’idea razionale. La quistione sociale, quindi, non è per noi una semplice quistione economica, una semplice quistione di stomaco, una magenfrage, com’è stato detto da taluno in Germania, sibbene una quistione principalmente morale .

2.5 Dalle valutazioni socioeconomiche alle prospettive politiche.

Spostando la riflessione dal terreno economico a quello politico, Tarantino denuncia gli errori della politica accentratrice dello Stato italiano, causa della immoralità pubblica e manifesta uno spiccato orientamento federalista che lo avvicina alle posizioni che L. Sturzo va elaborando in questi stessi anni:
Per noi la repubblica non può essere concepita che come repubblica federale: cioè il tipo dei comuni medievali con un potere unitario federale, che conservando il libero movimento delle parti dal punto di vista amministrativo ed economico, tenesse il legame politico e facesse convergere tutte le parti ad una unità […]. E così dicendo non escludiamo che ciò possa esser fatto dalla Monarchia. Una Monarchia intelligente e ben ordinata può fare quanto e forse meglio d’una repubblica federativa .

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